Sociologia

La psicologia degli accenti

La psicologia degli accenti

Elia Magrinelli

maggio 27th, 2016

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Guardate queste due immagini: quale delle due immagini è un “bouba” e quale delle due è un “kiki”? La stessa domanda è stata posta ugualmente ad alcuni studenti di college in America e ad abitanti dell’India che parlano il Tamil e più del 95% degli intervistati nei due gruppi ha dato la stessa risposta, indicando come “bouba” la forma arrotondata a come “kiki” la forma con le punte. Gli psicologici hanno chiamato questo fenomeno con il nome di “effetto bouba/kiki”. Non si tratta solamente di una forma di linguaggio infantile, ma piuttosto mostra come tendiamo a dare un significato anche a cose che non hanno propriamente un significato. Anche quando parliamo con qualcuno in una lingua comune, il tono della nostra voce, il linguaggio del corpo ed il nostro accento possono dare informazioni oltre quelle che desideriamo comunicare. Questo video di BrainCraft ci spiega di più su quest’argomento.

Prendiamo il caso degli accenti: delle inclinazioni nel linguaggio che si sviluppano quando una persona cresce in luoghi dove un cospicuo gruppo di persone condivide lo stesso modo di parlare. La tendenza a riconoscere il nostro proprio accento si sviluppa molto presto; anche ad un anno di età i bambini reagiscono più facilmente all’accento parlato dalle persone loro vicine. Perché esistono così tanti accenti diversi nella lingua, in particolare nell’inglese? Considerando che l’Inghilterra ha colonizzato Sud Africa, Australia, Nuova Zelanda, Canada e U.S.A. dev’esserci stato un momento nella storia durante il quale i coloni britannici hanno perso il loro accento d’origine e sviluppato un nuovo accento. Le informazioni al riguardo sono molto frammentate: il primo avamposto creato in America risale al 1607, ma le prime registrazioni vocali risalgono al tardo 1800. Durante questi 200 anni gli accenti sono cambiati: in Inghilterra è diventato comune pronunciare una “r” dolce, portando ad un accento non-rotico, al punto che la pronuncia della parola “hard” diventa più simile a “hahd”.

In America è stato mantenuto l’accento rotico, pertanto “hard” ha un suono più duro. Ha quindi senso che in paesi colonizzati in seguito, come l’Australia, l’accento diffusosi sia quello non-rotico. Il modo di parlare può inoltre dare informazioni sul livello di educazione, etnia, e stato socio-economico. Non si tratta di un’informazione sempre accurata, ma può comunque influenzare la percezione delle persone.

Uno studio dell’Università di Chicago ha analizzato l’effetto che gli accenti hanno sulla credibilità mostrando che persone con accenti più pronunciati risultavano meno credibili. Un ulteriore studio svoltosi in Inghilterra ha mostrato come persone con accenti di zone più provinciali venivano più facilmente indicate come possibili colpevoli rispetto a persone con un accento londinese. Curiosamente in molti dei film americani i cattivi hanno degli accenti stranieri.

Quando ascoltiamo il nostro stesso accento abbiamo un preferenza devota alla prosodia: il ritmo, l’accentazione e l’intonazione del discorso. Dal momento che ci piace il modo di parlare di qualcuno, quando processiamo le loro voci si attivano regioni del cervello legate alle emozioni. Si chiama “elaborazione affettiva” ed è il processo che ci porta a farci piacere una cosa inconsciamente perchè legata ad un’altra cosa che ci piace. Tuttavia al giorno d’oggi, grazie ad internet ed a come abbia allargato i confini di quello che possiamo considerare il nostro gruppo di appartenenza è difficile persino definire quale sia il nostro gruppo di appartenenza.

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